I reati colposi in materia di salute e sicurezza

La vicenda riguarda l’infortunio mortale occorso ad un lavoratore precipitato da un’altezza di dodici metri, a seguito dello sfondamento di una lastra di vetroresina posta sul tetto di un capannone, ove si trovava per effettuare la manutenzione delle grondaie.

 

L’ente veniva condannato ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 in entrambi i giudizi di merito. La Corte d’Appello, in specifico, imponeva il pagamento della sanzione pecuniaria di euro 258.230,00, avendo ricavato un vantaggio dalla mancata adozione delle misure prevenzionistiche, quali: la mancata nomina del RSPP; l’omessa valutazione del rischio specifico; la messa in sicurezza del luogo di lavoro e la mancata formazione professionale dei lavoratori addetti.

La difesa impugnava la sentenza della Corte d’Appello, sostenendo “l’inesistenza dell’interesse previsto dall’art. 25 septies del decreto legislativo n. 231 del 2001 necessario ad addebitate la responsabilità da reato all’ente” non potendo la società ricevere alcun interesse o vantaggio dal decesso del lavoratore.

 

Dal suo canto, la Cassazione riafferma con il presente provvedimento l’interpretazione dei concetti di interesse e vantaggio in relazione ai reati colposi in materia di salute e sicurezza, confermando la necessaria valutazione rispetto alla condotta che ha scaturito l’evento.

 

L’interesse, precisa la Corte, ricorre “quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire un’utilità per la persona giuridica; ciò accade, ad esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito (non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma) di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi di impresa”. In altri termini, pur non volendo il verificarsi dell’infortunio a danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente.

 

Il vantaggio si concretizza invece “quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e, dunque, ha realizzato una politica di impresa disattenta alla materia della sicurezza del lavoro, consentendo una riduzione dei costi e un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto”.

 

L’accertamento rimesso all’organo giudicante, osserva la Cassazione, è di verificare nel concreto le modalità del fatto e accertare se la violazione della normativa in materia di sicurezza rispondesse ex ante ad un interesse della società o abbia consentito alla stessa di conseguire un vantaggio: verifica svolta, nel caso di specie, nei giudizi di merito che hanno acclarato il vantaggio economico indiretto dell’azienda in ragione del risparmio dei costi sostenuti.

 

Da ultimo, si conclude, la società non ha dimostrato quanto richiesto dal D.Lgs. 231/2001 in ordine all’esenzione da responsabilità per i reati commessi da apicali: circostanza che comporta la conferma della relativa condanna.

(Fonte: AODV231)

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