Il contesto, i rischi e la sicurezza nel settore marittimo-portuale

Nei diversi cicli lavorativi presenti nel settore marittimo spesso il lavoro “è faticoso, insicuro e rischioso”. Ed è per questo che sono importanti “un’adeguata organizzazione del lavoro, l’utilizzo delle buone pratiche conosciute nel settore, nonché una continua attività di informazione-formazione-aggiornamento sui dati provenienti dalle attività di sorveglianza e monitoraggio delle malattie professionali e degli infortuni”.

 

A sottolinearlo è una nuova pubblicazione del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’ Inail, realizzata attraverso un’analisi degli infortuni nel settore marittimo-portuale con l’obiettivo di approfondire le problematiche della sicurezza sul lavoro.

 

La nuova ricerca dell’Inail sui lavoratori del mare

Il nuovo documento dell’Inail si compone di due sezioni: “la prima rivolta all’analisi di contesto e al profilo di rischio del settore, la seconda inerente i dati delle Schede infortuni di cui al d.d. 30 maggio del 2000, integrati con le informazioni sulle cause e dinamiche infortunistiche del Sistema di sorveglianza nazionale Infor.Mo.”. E, dunque – come ricordato da Giuseppe Campo, Responsabile della Sezione Sistemi di sorveglianza e gestione integrata del rischio – lo scopo dell’attività di ricerca dedicata al settore marittimo portuale “è quello di sviluppare, in una logica di rete, conoscenze derivanti dal monitoraggio degli eventi, strumenti di supporto alla valutazione e gestione dei rischi in azienda, buone  prassi e soluzioni tecnologiche innovative in cui la salute e la sicurezza siano integrate nella gestione dei processi, attraverso un modello di intervento istituzionale che coniughi sul territorio l’azione di assistenza con quella di vigilanza (Piano mirato di prevenzione)”.

 

Il rischio lavorativo nel settore marittimo

Il documento segnala che, a livello di normativa internazionale, la Maritime labour convention (Mlc) – Convenzione sul lavoro marittimo del 2006, ratificata dall’Italia nel 2013 – “aggiorna ed integra, in un’ottica di miglioramento organizzativo e gestionale dell’impresa marittima, tutte le precedenti convenzioni di settore”.

E da un confronto con quanto riportato nel d.lgs. 271/1999 e nel d.lgs. 298/1999 (le attuali normative nazionali di settore), “si nota come una buona parte delle indicazioni internazionali trovino già attuazione nel nostro sistema normativo”. Tuttavia il coordinamento tra queste norme e il d.lgs. 81/2008 “renderebbe ancora più efficace l’azione preventiva”.

 

Ricordando che è proprio la Mlc a raccomandare la necessità di sviluppare “sistemi di sorveglianza nazionale capaci di monitorare l’andamento delle malattie professionali e degli infortuni tramite indicatori di rischio quantitativi e qualitativi”, si sottolinea che i rischi lavorativi cui sono soggetti i marittimi “dipendono dalle attività svolte dal personale di bordo inquadrato in specifiche qualifiche, dalla tipologia di nave e di navigazione, dai cicli lavorativi e dalla merce trasportata”.

Tuttavia è evidente che, al di là dai rischi specifici connessi alle numerose mansioni lavorative, vi sono anche alcuni “rischi ‘trasversali’ cui sono esposti sia i lavoratori che i passeggeri, quali ad esempio: collisione, naufragio e incendio. Tale fattispecie di rischi attiene alla disciplina della sicurezza della navigazione, campo coperto da un corpus normativo molto articolato e pregnante, costituitosi a partire dagli inizi del novecento, rappresentato dal codice della navigazione e regolamentazione internazionale Solas dell’International maritime organization (Imo), caratterizzato nel passato da una notevole autonomia di diritto”.

 

E se l’area tematica della sicurezza della navigazione “ha notevoli collegamenti con la prevenzione e la sicurezza del lavoro”, ciò è stato a volte “all’origine di una certa confusione normativa sull’applicabilità diretta ai lavoratori marittimi delle leggi di tutela della salute e sicurezza sul lavoro”.

 

Tuttavia la presenza di questi rischi nelle navi è – come sottolineato nel documento – “l’elemento costitutivo stesso dei compiti del comandante, dei profili professionali marittimi, dell’organizzazione del lavoro a bordo, della costituzione degli equipaggi, della definizione di percorsi abilitanti di formazione e addestramento, oltre che dell’organizzazione di un sistema articolato di gestione delle emergenze e di un complesso sistema di controlli pubblici”.

 

Si ricorda poi che un fattore di rischio di tipo organizzativo-psicologico, presente praticamente in tutti i ruoli di bordo e quindi valutabile come fattore di rischio trasversale, “è quello definito dalla stessa normativa specifica d.lgs. 271/1999 come ‘fattore di fatica’. Questo è legato alla particolare organizzazione del lavoro cioè ai turni, alle guardie, al lavoro notturno, alle scarse possibilità di vero recupero psicofisico e di riposo, alle incombenze eccezionali di bordo, alla rigida organizzazione gerarchica, al sovraccarico di responsabilità in termini di sicurezza della nave e, infine, alla natura intrinseca del lavoro marittimo (lunghi periodi di lontananza da casa, vita collettiva coatta, turnover dei compagni di lavoro, fattori ambientali esterni critici)”.

E si aggiungono inoltre, come fattori peggiorativi nel comparto delle crociere, “le difficoltà di socializzazione, comunicazione e di rapporti interpersonali, dovute alla presenza di svariate comunità di nazionalità diversa”.

 

Si segnala che l’impatto dei ritmi, dei turni e del lavoro notturno sul benessere del lavoratore “si manifesta principalmente in tre aspetti relativi al danno atteso:

  • interferenze con l’assetto biologico (ciclo sonno-veglia);
  • efficienza lavorativa;
  • stato di salute (sistema gastrointestinale, cardiovascolare)”.

 

Infine molti studi hanno dimostrato anche l’esistenza di vari “fattori potenziali di rischio di malattie professionali, legati alle caratteristiche dell’ambiente, all’organizzazione del lavoro e alle procedure specifiche in atto”.

Il documento ne riporta alcuni:

  • le vibrazioni e il forte rumore comune e continuativo delle macchine, soprattutto a bordo dei pescherecci, che possono provocare ipoacusia in varia misura e disturbi osteoarticolari e muscolo-scheletrici;
  • l’esposizione prolungata a particolari condizioni climatiche (temperatura, umidità, vento);
  • gli orari di lavoro irregolari a bordo delle navi e le esigenze dell’ambiente operativo che spesso superano la capacità dei lavoratori di fare loro fronte (o di controllarle) e che possono comportare disturbi di carattere psicosociale, in particolare stress, e un abuso correlato di alcool e tabacco o consumo di droghe;
  • il rischio correlato all’esposizione a radiazioni solari, più elevato in mare che sulla terra, a causa del riflesso della luce del sole (raggi UV) senza ostacoli;
  • le specifiche attività svolte a bordo delle imbarcazioni, come ad esempio la movimentazione dei carichipesanti (a mano o con altre parti del corpo) ed i movimenti ripetitivi degli arti superiori, che possono essere causa di disturbi all’apparato muscolo-scheletrico”.

 

Concludiamo rimandando alla lettura integrale del documento che riporta anche i principali fattori specifici di rischio (sia infortunistici sia per la salute) ai quali i lavoratori del mare possono essere esposti nel corso delle loro attività nelle imbarcazioni.

Scarica il documento: “ Gli infortuni dei lavoratori del mare”.

(Fonte: PuntoSicuro)

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