Il modello aziendale “ISO 9001” non può sostituire quello “231”

«La Corte di appello ha esaminato approfonditamente il tema dell’insussistenza, per entrambe le società, del modello organizzativo e di gestione richiesto dal d.lgs. n. 231 del 2001, concludendo che a tale categoria non potessero ricondursi né i modelli aziendali ISO UNI EN 9001, preesistenti alla commissione dei reati in contestazione, né il modello adottato nel dicembre 2003, e, quindi, in ogni caso, in data successiva alla data di commissione dei reati presupposto».

 

È questo uno dei principali passaggi della lunga sentenza 41768/2017 (depositata il 13 settembre), nelle cui 150 pagine la Cassazione ha analizzato diverse posizioni, tra le quali anche quelle delle persone giuridiche imputate ai sensi del D. Lgs. 231/2001.

 

La mancata equivalenza tra il “modello qualità” e il “Modello 231” – osserva la Suprema Corte – si rintraccia nella mancata individuazione degli illeciti da prevenire: il primo si riferisce infatti al solo controllo della qualità del lavoro, nell’ottica del rispetto delle normative sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro o degli interessi tutelati dai reati in materia ambientale.

 

Inoltre, lo specifico modello utilizzato dalla società – precisano i giudici di legittimità – «non solo è stato adottato nel dicembre 2003, e, quindi, in ogni caso, in data successiva a quella di commissione dei reati presupposto, ma non conteneva, tra l’altro, né il codice di comportamento e le relative procedure, né il codice etico, né le procedure per la conoscenza dei modelli, né il sistema sanzionatorio».

(Fonte: AODV231)

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