Indulto non applicabile alle sanzioni “231”

Con la recente sentenza 21724/2018, ribandendo il suo precedente orientamento, la Corte di Cassazione ha affermato che si intende «già fissato il principio di diritto secondo cui l’indulto, operando con riferimento alle pene detentive e pecuniarie, non è applicabile alle sanzioni di cui all’art. 9 D.Lgs. 231 del 2001 in quanto sanzioni collegate a responsabilità di natura amministrativa e non penale».

 

Per questo motivo la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una società condannata a pagare una sanzione amministrativa di 10 mila euro, in relazione al reato di truffa aggravata in gara pubblica (richiamato dall’articolo 24 del D.Lgs. 231/2001).

 

Dopo la condanna dei giudici di merito, infatti, la difesa aveva lamentato che l’istanza di applicazione dell’indulto (previsto dalla Legge 241/2006) fosse stata respinta; precisando come la stessa istanza potesse in realtà attrarre nel proprio ambito di efficacia anche le contestazioni punite per responsabilità degli enti.

 

In particolare, l’assunto si fondava sulla considerazione che, «con riguardo alle ipotesi di fatti penalmente rilevanti previste dal D.Lgs. 231/2001, sia l’accertamento delle responsabilità sia l’applicazione delle sanzioni e la fase esecutiva sono regolate dalle norme del codice penale e di quello di procedura penale».

 

La Cassazione ha tuttavia dichiarato manifestamente infondato il ricorso proposto, sulla base del fatto che le interpretazioni difensive non si sono confrontate con «le caratteristiche proprie della responsabilità amministrativa da reato, come volute e disposte dal sistema di responsabilità sanzionatoria introdotto con il D.Lgs. 231/2001». Una responsabilità che, per gli Ermellini, costituisce un «tertium genus, per le caratteristiche e norme proprie che la connotano».

(Fonte:AODV231)

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