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La prevenzione del rischio di asfissia sul lavoro

 

I tanti infortuni mortali professionali che stanno capitando in queste settimane e che hanno giustamente aumentato l’attenzione di politici e opinione pubblica sulla sicurezza nel mondo del lavoro, ci raccontano molte cose. Ad esempio che per molti rischi conosciuti, malgrado le campagne di prevenzione e le normative dedicate, ci sia ancora tanto da fare in termini di prevenzione.

 

Nonostante tutto questo negli spazi confinati e negli ambienti “sospetti di inquinamento” si continua a morire, come ricordano le cronache di questi giorni in ambito lavorativo e non.

 

Le dinamiche infortunistiche che non cambiano

 

Secondo un’attenta analisi degli incidenti in attività all’interno di ambienti di lavoro confinati viene evidenziata una scarsa preparazione e formazione degli operatori nel fronteggiare gli infortuni, oltre che a una grave mancanza di valutazione dei rischi e il non rispetto di quanto viene espresso dalla normativa.

Si segnala poi che spesso in questi incidenti “sono coinvolti anche i soccorritori, perché l’intervento di soccorso è improvvisato e non, invece, oggetto di una pianificazione tarata sulla conoscenza dei numerosi e insidiosi fattori di rischio presenti”.

 

Il rischio di asfissia e la carenza o sostituzione dell’ossigeno

 

I rischi nella maggior parte dei casi “sono determinati dalla presenza di un’atmosfera asfissiante, che può agire con modalità diverse incidendo sull’assunzione (anossia anossica), sul trasporto (anossia anemica), sull’utilizzazione a livello cellulare (anossia istotossica) dell’ossigeno”.

 

In particolare l’atmosfera asfissiante si può avere per:

 

  • carenza di ossigeno a seguito del suo consumo o sostituzione;
  • inalazione/assorbimento di sostanze tossiche con conseguente intossicazione acuta.

 

Riguardo al primo caso la carenza di ossigeno “si ha quando la concentrazione di ossigeno è inferiore al 21%. Con concentrazioni inferiori al 18% si ha riduzione delle prestazioni fisiche e intellettuali. Con tenori inferiori all’11% c’è il rischio di morte. Sotto l’8% lo svenimento si verifica in breve tempo e la rianimazione è possibile se effettuata immediatamente. Al di sotto del 6% lo svenimento è immediato e ci sono danni cerebrali, anche se la vittima viene soccorsa”.

 

Tale carenza di ossigeno nell’aria respirata può “essere provocata dalla presenza voluta o accidentale di altri gas”. La relazione si sofferma sui gas inerti.

 

Il pericolo dei gas inerti

 

In questo senso l’utilizzo del termine ‘ gas inerte’ “può essere equivoco e ingenerare l’idea che si tratti di gas non pericolosi. In effetti l’inerzia è primariamente riferibile al pericolo di infiammabilità/esplosione.

 

I gas inerti (es.: N2, He, Ar) sono particolarmente insidiosi, perché incolori, inodori e insapori; agiscono pertanto senza ‘preavviso’ e rapidamente. La CO2, pur essendo un gas reattivo (ossido acido), agisce come i gas inerti, provocando anossia anossica”.

 

Si segnala poi che i gas infiammabili “presentano lo stesso rischio dei gas inerti per quanto concerne la possibilità di formare atmosfere sotto-ossigenate. Se la loro concentrazione è all’interno dell’intervallo di esplosività (LIE < C < LSE), sussiste inoltre il pericolo di incendio/esplosione.

 

Le attività con rischi chimici negli spazi confinati

 

Benché non sia possibile fornire un “elenco preciso ed esaustivo di attività o luoghi con ambienti confinati né delle situazioni di pericolo a questi associati, un’analisi ragionata del problema e l’esperienza possono aiutare ad ipotizzare le situazioni più probabili”.

 

Tuttavia quello che si evidenzia, in definitiva, è soprattutto “una sottovalutazione del problema connessa a scarsa cognizione della specifica condizione di rischio, dovuta spesso a carenze informative e comunicative che si traducono poi in inadeguatezza di risorse umane e materiali a svolgere il lavoro”.

 

Fonte: PuntoSicuro.it