La responsabilità della società capogruppo ex D. Lgs. 231/2001

La Suprema Corte, ponendosi in continuità rispetto ai consolidati orientamenti di legittimità, è ritornata di recente su alcune questioni di concreto interesse per gli operatori (del diritto e non solo): quali la configurabilità della responsabilità ex D. Lgs. 231/2001 della holding, in relazione a un reato commesso nell’interesse o a vantaggio immediato di una società controllata; l’adeguatezza del modello di organizzazione, gestione e controllo; e la confisca del profitto del reato ai sensi dell’articolo 19 del Decreto 231.

Il caso di specie [1] riguardava – in tesi d’accusa – un complesso “ciclo finanziario” finalizzato a conseguire in modo fraudolento dei finanziamenti alle imprese erogati da Simest, società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti che opera per conto e su concessione del Ministero dello Sviluppo Economico, al fine di sostenere la crescita delle imprese italiane e l’internazionalizzazione della loro attività. La Simest affianca infatti l’impresa durante tutto il ciclo di espansione all’estero e si serve di risorse pubbliche per erogare finanziamenti a tasso agevolato e così supportare le attività di export.

Tra le società coinvolte nella truffa, due in particolare erano riconducibili al medesimo gruppo: una società di diritto italiano e una società elvetica. La prima, con il ruolo di esportatore nazionale, aveva conseguito materialmente l’erogazione da parte di Simest (cento milioni di euro in cinque anni di operatività), per l’operazione di – apparente – esportazione, incentivata quindi con fondi pubblici. La seconda, non realmente operativa e sottoposta al totale controllo dei soggetti a cui fa capo anche la holding, sarebbe invece stata costituita al solo fine di figurare quale importatore estero agli occhi di Simest. Nell’impostazione accusatoria, poi confermata dalla Corte di Cassazione, gli imputati, attraverso una serie di complesse operazioni, avrebbero tratto in inganno lo Stato Italiano, inducendolo a sostenere, attraverso Simest, il finanziamento dei crediti praticati dalla società esportatrice italiana a favore della società acquirente estera.

Tali fatti hanno portato alla condanna di tutte le persone fisiche con ruoli apicali nelle società coinvolte, per i reati di cui agli articoli 416 e 640 bis cod. pen. (Associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche),nonché all’affermazione della responsabilità della società capogruppo (unica imputata tra le società coinvolte), ai sensi degli articoli 5 comma 1, lett. a), 21, 24 comma 1 e 2, 39 del D. Lgs 231/2001, in relazione al reato di truffa aggravata commesso in seno alla società controllata di diritto italiano [2].

Il primo punto affrontato dalla Suprema Corte riguarda la questione – da sempre dibattuta in dottrina e in giurisprudenza [3] – dell’attribuzione della responsabilità “amministrativa” all’interno dei gruppi di impresa. La Suprema Corte prende atto che il D. Lgs. 231/2001 non regola il fenomeno dei gruppi societari [4], così come disciplinati dal Codice Civile (artt. 2359, 2497 e ss.) e non prevede nemmeno un richiamo all’art. 110 cod. pen. in tema di concorso di persone (a differenza di quanto accade, ad esempio, con riferimento all’istituto del tentativo ex artt. 56 cod. pen. e 26 D.lgs. 231/2001). Da qui l’impossibilità di estendere la responsabilità alla società capogruppo per un reato commesso nell’ambito di una controllata – facendo leva sull’art. 110 cod. pen. – e la necessità di stabilire i criteri in base ai quali poter ritenere responsabile la capogruppo per reati commessi a vantaggio immediato di una sua controllata. La Corte, al proposito, osserva che la giurisprudenza civile, ben prima che il fenomeno dell’aggregazione di imprese trovasse una collocazione sistematica con la riforma societaria del 2003, riconosceva che l’”interesse di gruppo” fosse idoneo a giustificare determinati atti compiuti – apparentemente – in pregiudizio di una società appartenente al gruppo, aderendo alla teoria c.d. dei “vantaggi compensativi” [5]. In ambito penale, tuttavia, tale criterio non è apparso sufficiente al fine di estendere la responsabilità da reato all’interno di un gruppo. E infatti la Suprema Corte, condividendo l’orientamento di una precedente pronuncia (Cass. Pen., Sez. IV, ud. 18.01.2011-dep. 20.06.2011, n. 24583, Tosinvest) [6], ha affermato  nel caso di specie che ”la società capogruppo (la c.d. holding) o altre società facenti parte di un «gruppo» possono essere chiamate a rispondere, ai sensi del D.lgs. 231/2001, del reato commesso nell’ambito dell’attività di una società controllata appartenente al medesimo gruppo, purché nella consumazione del reato presupposto concorra anche almeno una persona fisica che agisca per conto della «holding» stessa o dell’altra società facente parte del gruppo, perseguendo anche l’interesse di queste ultime, non essendo sufficiente – per legittimare un’affermazione di responsabilità ai sensi del D.lgs. 231 del 2001 della holding o di altra società appartenente ad un medesimo gruppo – l’enucleazione di un generico riferimento al gruppo, ovvero ad un c.d. generale «interesse di gruppo» ”.

Tale conclusione deriva dalla circostanza che la Corte, sempre facendo propri i dettami del citato precedente, abbia riconosciuto come imprescindibile – con riguardo ad ogni singola società coinvolta – l’accertamento dei presupposti idonei a integrare la responsabilità da reato ai sensi dell’articolo 5 D. Lgs. 231/2001: la commissione di uno dei reati-presupposto indicati dal Decreto 231; la commissione del reato presupposto da parte di «una persona fisica che abbia con l’ente rapporti di tipo organizzativo-funzionale»; la commissione del reato presupposto nell’interesse o a vantaggio dello specifico ente la cui responsabilità è oggetto di discussione (l’ente stesso, infatti, grazie all’attività delittuosa deve aver ricevuto, almeno indirettamente, un’utilità effettiva o potenziale).

In sostanza, affinché la holding (e/o un’altra società del gruppo) possa essere ritenuta responsabile, è necessario non solo che l’autore del reato presupposto abbia agito per l’interesse e/o a vantaggio di essa, ma anche che ricopra una posizione qualificata (di diritto o di fatto ai sensi dell’art. 5 D.lgs. 231/2001) anche all’interno della capogruppo (e/o di altra società del gruppo). Analoga situazione può aversi qualora vi sia concorso ex art. 110 cod. pen. tra un soggetto “qualificato” che abbia commesso il reato presupposto nell’ambito di una società controllata e un diverso soggetto, pur sempre “qualificato”, con un ruolo nella capogruppo (e/o in altra società del gruppo). Ai fini dell’addebito di responsabilità nei confronti della capogruppo (e/o di un’altra società del gruppo) quello che conta, a prescindere dal fatto che il reato presupposto sia stato commesso da un solo soggetto o da più soggetti in concorso tra loro, è che vi sia il coinvolgimento (anche solo nella forma del concorso morale) di almeno una persona che ricopra una posizione “qualificata” all’interno della holding (o di un’altra società del gruppo).

L’estensione della responsabilità da reato all’interno di un medesimo gruppo, dunque, si dovrebbe sempre fondare sull’accertamento di un coinvolgimento di un soggetto “qualificato” nel reato presupposto e sulla verifica di un concreto interesse e/o vantaggio per la società in questione, desumibile da un diretto coinvolgimento di quest’ultima nell’operazione economica sottostante al reato presupposto. Ne deriva che l’estensione di responsabilità non potrebbe mai aversi sulla mera base del «legame reciproco, neppure se definibile in termini di rapporto di controllo o collegamento (secondo la definizione fornita dall’art. 2359 cod. civ.)» [7].

Si noti che l’accertamento della posizione di agente “qualificato” presenta diversi gradi di difficoltà a seconda che lo stesso rivesta formalmente o “di fatto” ruoli apicali e/o dirigenziali nelle varie società coinvolte. È evidente come, nell’ipotesi di esercizio “di fatto” di ruoli societari, l’accertamento risulti più complesso perché – oltre alla verifica del contributo causalmente rilevante alla realizzazione del reato presupposto – occorrerà verificare lo svolgimento in modo continuativo e sistematico, secondo i parametri di cui all’art. 2639 cod. civ. delle funzioni corrispondenti alla carica formale [8].

Tale orientamento giurisprudenziale, in definitiva, lungi dal restringere il campo di applicazione della disciplina in tema di responsabilità da reato degli enti, ha l’effetto di renderla applicabile a «tutti i casi nei quali – in concreto – all’interesse o vantaggio di una società si accompagni anche quello concorrente di altra (od altre) società, ed il soggetto-persona fisica autore del reato presupposto sia in possesso della qualifica soggettiva necessaria, ex art. 5 D.lgs. 231/2001, ai fini della comune imputazione dell’illecito amministrativo da reato». In conseguenza di tale assunto, potrebbero avere rilevanza anche situazioni caratterizzate da rapporti sostanziali tra più società, che non costituiscono “gruppo” secondo la disciplina civilistica [9].

La sentenza qui annotata si è anche preoccupata di prendere posizione sulla natura giuridica della responsabilità “amministrativa” da reato, altro tema sul quale – come noto – si sono da sempre registrate voci contrastanti sia in dottrina che in giurisprudenza, e che è risultato opportuno chiarire proprio al fine di suffragare l’orientamento appena esposto. Secondo la Corte, dunque, non si tratterebbe di responsabilità amministrativa, ma di responsabilità «se non formalmente penale, quanto meno costituente tertium genus caratterizzato da accenti di afflittività di natura inequivocabilmente penale» [10]. Tale natura implica la soggezione della disciplina ex D.lgs. 231/2001 ai principi costituzionali che caratterizzano l’ordinamento penale: in primis, il principio di colpevolezza ex art. 27 Cost. secondo cui la responsabilità (penale) può configurarsi solo per un fatto proprio colpevole. Ne deriva che la valutazione della responsabilità della holding (o di altra società del gruppo) per reati commessi nell’interesse o a vantaggio di una controllata deve essere scevra di qualsiasi “automatismo” o presunzione probatoria in osservanza dell’articolo 27 della Costituzione e, pertanto, rispettosa dei criteri di ascrizione della responsabilità dettati dal D. Lgs. 231/2001.

Tornando al caso in esame, la Corte di Cassazione ha ritenuto corretta la decisione del giudice di secondo grado, secondo cui le condotte costituenti i reati presupposto fossero poste in essere nell’interesse e, comunque, a vantaggio della holding, evidenziando come i soggetti apicali di quest’ultima coincidessero con quelli della società di diritto interno destinataria delle erogazioni pubbliche.

Al proposito, non può sfuggire come il rischio di responsabilità infragruppo aumenti in presenza di un cumulo di cariche, soprattutto apicali, relative alle varie società coinvolte, in capo ai medesimi soggetti. È evidente come tale fenomeno, di c.d. “interlocking directorates”, potrebbe costituire un indizio spendibile da parte della magistratura per corroborare l’addebito di responsabilità nei confronti delle società in nome e per conto delle quali un medesimo soggetto abbia commesso il reato presupposto [11] (v. anche infra).

Con riferimento alla seconda questione trattata dalla sentenza in commento, ossia i criteri per valutare l’adeguatezza del modello di organizzazione, la Suprema Corte ha ribadito che ciascuna società facente parte di un gruppo ha l’onere di dotarsi di un «autonomo ed adeguato modello organizzativo, a prescindere dall’opportunità, evidenziata anche dalla dottrina, di coordinare le varie iniziative assunte al riguardo».

Con tale affermazione la Corte – pur sostenendo la necessità che ciascuna società del gruppo abbia un modello organizzativo autonomo e adeguato alle proprie specificità – prende atto dell’orientamento della dottrina secondo cui sarebbe tuttavia opportuno che i modelli delle società riferibili a un gruppo presentino un “minimo comun denominatore”.

Al riguardo, occorre innanzitutto osservare come sia da escludere che il c.d. “Modello di Gruppo” [12] possa trovare spazio nel nostro ordinamento: in primo luogo, perché non è istituto previsto dal D.L.gs. 231/2001 (così come non è previsto l’istituto del gruppo societario); in secondo luogo, perché il gruppo societario non ha una propria autonomia giuridica, ma è l’insieme di più soggetti tra loro distinti. Da una parte, quindi, occorre che all’interno del gruppo vi siano tanti Modelli quante sono le società, ognuno caratterizzato «dalle proprie peculiarità, da mappature con attività a rischio tipiche del singolo business e da protocolli e procedure che rispecchiano le esigenze rilevate dai rischi in concreto riscontrati» [13]. Dall’altra, vi è la necessità di rispettare l’autonomia delle singole società non può impedire alla capogruppo di disinteressarsi totalmente delle scelte compiute dalle controllate in tema di prevenzione di reati [14], dettando direttive di massima, con riguardo al codice etico di gruppo o alla disciplina generale dell’O.d.V. e del sistema disciplinare.

Alla luce di quanto sopra, sarebbe pertanto opportuno che sia l’organo di vertice della holding e sia l’Organismo di Vigilanza svolgessero un controllo sull’adeguamento e sull’attuazione del Modello adottato dalle controllate; e che il Modello della prima, una volta adottato o aggiornato, venisse trasmesso alle seconde (lo stesso discorso vale anche per il Codice Etico).

L’opportunità che vi sia una base comune in tema di prevenzione di reati all’interno del gruppo sarebbe funzionale ad evitare che eventuali differenze sostanziali tra i modelli delle società del gruppo possano essere lette, nell’ambito di un processo penale, quale consapevole strategia volta ad attenuare i controlli e a rendere più facile la commissione di reati. Al tempo stesso, però, l’interesse della capogruppo verso un coordinamento armonico, in chiave di prevenzione dei reati, non deve trasformarsi in vera e propria ingerenza nelle scelte, pena il rischio di estensione della responsabilità. L’equilibrio tra queste due esigenze per certi versi contrapposte (autonomia e coordinamento), per quanto difficile da raggiungere, pare, a chi scrive, in ogni caso auspicabile e in concreto realizzabile.

Ritornando alla sentenza in commento, essa ha il pregio di soffermarsi sull’elemento soggettivo di ascrizione della responsabilità c.d. amministrativa, ricordando che il deficit organizzativo in chiave preventiva dei reati, configura la c.d. colpa di organizzazione dell’ente (trattandosi non di responsabilità oggettiva, ma di responsabilità per fatto proprio e colpevole, come sopra sottolineato) e non consente di usufruire della scriminante ex articolo 6 D. Lgs. 231/2001. Al proposito, la Suprema Corte offre anche un’utile precisazione sul concetto di “elusione fraudolenta del modello”, tenuto conto che, ai sensi dell’articolo 6, comma 1, lettera c), un modello efficace può essere violato solo se i soggetti di vertice lo abbiano aggirato fraudolentemente, integrando una condotta «ingannevole, falsificatrice, obliqua, subdola, (…) di aggiramento di una norma imperativa, non di una semplice e frontale violazione della stessa» [15].

La Suprema Corte focalizza, quindi, la propria attenzione sull’Organismo di Vigilanza, affermando che la mera adozione di un modello di organizzazione non è certo sufficiente ad esonerare da responsabilità, essendo necessaria «l’istituzione di una funzione di vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza di modelli, attribuita a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo». Va da sé che i poteri di iniziativa e controllo debbano essere effettivi e che, pertanto, si debba assolutamente evitare il rapporto di subordinazione tra controllore e controllato. Al fine di evitare tale ”cortocircuito” tra controllore e controllato, quindi, il modello organizzativo dovrebbe prevedere un Organismo di Vigilanza indipendente rispetto al top management della società.

Nel caso in esame, invece, il modello organizzativo della holding (definito «un interessante testo in teoria») è stato ritenuto inidoneo ad escludere la responsabilità della stessa, a causa dell’inadeguatezza dell’Organismo di Vigilanza, totalmente subordinato agli amministratori della società. Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello aveva giustamente osservato che il presidente dell’O.d.V. era anche consigliere d’amministrazione della società controllata, che aveva in comune con la holding gli amministratori di diritto e di fatto; e che gli altri due componenti dell’organo erano il commercialista di fiducia di uno degli amministratori e un soggetto apicale all’interno della holding stessa. Nella sentenza in commento si dà anche atto di come la Corte d’Appello avesse riscontrato l’assenza di quei controlli previsti dal modello per le aree di rischio collegate ai rapporti con la pubblica amministrazione, non essendosi l’O.d.V. «posto il problema» della regolarità delle operazioni sottese al conseguimento delle erogazioni di Simest.

Inoltre, la Suprema Corte riconosce come l’O.d.V. della società imputata non si fosse «nemmeno posto il problema» di verificare se l’operatività societaria relativa ai finanziamenti erogati da Simest fosse lecita o meno, nonostante il risk assessment della società prevedesse, a fini di prevenzione dei reati contro la P.A., alcune specifiche iniziative – peraltro mai in concreto poste in essere nel caso di specie – e nonostante uno dei membri fosse particolarmente esperto di operazioni finanziarie e societarie.

Appare utile precisare che, a proposito della composizione dell’Organismo, si sono registrate voci discordanti. Secondo alcuni sarebbe preferibile, in un’ottica di limitazione del rischio di estensione della responsabilità infragruppo, la costruzione in via autonoma, da parte di ogni singola società, di un modello organizzativo che non preveda la possibilità che i medesimi soggetti possano far parte di più O.d.V. all’interno dello stesso gruppo [16]. Secondo altri [17], invece, tale “coincidenza soggettiva” all’interno dell’O.d.V., potrebbe consentire un coordinamento sinergico in un’ottica di maggior prevenzione all’interno del gruppo, essendo l’O.d.V. organo non operativo.

A parere di chi scrive, la totale coincidenza dei medesimi componenti in tutti gli O.d.V. delle società del gruppo sarebbe in ogni caso sconsigliabile, mentre al contrario sarebbe utile, se non addirittura opportuno, che uno o più componenti ruotassero nei diversi O.d.V., al fine di sviluppare quel rapporto sinergico di cui si è parlato sopra e di evitare la risalita di responsabilità penali a causa dell’identità soggettiva degli O.d.V. stessi.

In conclusione, è importante tenere presente che la situazione in cui uno stesso soggetto sia membro di più Organismi è totalmente diversa rispetto al fenomeno c.d. “interlocking directorates”, a cui si è accennato sopra. Quest’ultima soluzione, prevedendo – dal punto di vista operativo – un concreto coinvolgimento delle medesime persone in più società, sarebbe rischiosa e quindi da evitare, così come d’altronde ritenuto – tra le righe – dalla stessa Suprema Corte nel caso sottoposto all’esame (laddove si osserva, non certo con giudizio positivo, che «i vertici di I. (…) coincidevano soggettivamente con i vertici di R.»).

L’ultimo fondamentale tema trattato dalla sentenza in commento riguarda la confisca del profitto del reato ai sensi dell’articolo 19 D. Lgs. 231/2001. La Suprema Corte, passando in rassegna i principi affermati dai precedenti in materia [18], ribadisce che:

– la confisca ex articolo 19 ha natura sanzionatoria e, ai sensi dell’articolo 19 comma. 2, è ammessa anche la confisca per equivalente. Questa forma di confisca è una «sanzione principale, obbligatoria e autonoma» rispetto alle altre tipologie previste dal D. Lgs. 231/2001;

– il profitto del reato è rappresentato dal vantaggio economico derivante direttamente dalla commissione del reato presupposto e, qualora quest’ultimo sia stato realizzato nell’ambito di un rapporto sinallagmatico, non può essere considerato quale profitto «l’utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell’esecuzione da parte dell’ente delle prestazioni che il contratto gli impone»;

– nella ricostruzione della nozione di profitto non possono essere utilizzati «parametri valutativi di tipo aziendalistico – quali ad esempio quelli del «profitto lordo» e del «profitto netto» – ma che, al contempo, tale nozione non può essere dilatata fino a determinare un’irragionevole e sostanziale duplicazione della sanzione, nelle ipotesi in cui l’ente, adempiendo al contratto (…), pone in essere un’attività i cui risultati economici possono essere posti in collegamento diretto ed immediato con il reato»;

– il profitto del reato, ai sensi dell’articolo 19 D. Lgs. 231/2001, non può essere interamente confiscato qualora il danneggiato abbia richiesto (ed ottenuto) la restituzione di una parte della somma sequestrata. Tuttavia, la legittimità del sequestro finalizzato alla confisca o della confisca stessa non è esclusa dall’astratta possibilità che in futuro possa aversi la restituzione delle somme costituenti profitto del reato al danneggiato.

Nello specifico, la Suprema Corte ha ritenuto sussistente il profitto confiscabile (per equivalente). Come statuito dalla Corte d’Appello, la confisca per equivalente è ammessa laddove sia impossibile aggredire il profitto diretto per il venir meno dell’«individualità storica del bene/cosa; individualità che il denaro per sua stessa natura non possiede». Nel caso in esame, la società controllata avrebbe agito come strumento della holding o comunque di concerto con essa, e la prima avrebbe fatto confluire nella seconda le erogazioni ottenute. Il profitto confiscabile, quindi, corrisponderebbe all’ammontare delle sovvenzioni di cui al capo di imputazione. Infine, la Suprema Corte si sofferma sulla questione della possibilità di restituire all’ente danneggiato una parte del profitto del quale è stata disposta la confisca, dichiarandola infondata, poiché non risulta che Simest avesse mai chiesto la restituzione della somma sequestrata.

In conclusione, la sentenza in commento ribadisce alcuni importanti principi che possono guidare gli interpreti nella prassi applicativa del D. Lgs. 231/2001:

– è possibile addebitare la responsabilità da reato alla holding (o ad altra società del gruppo), qualora il reato sia stato commesso anche nel suo interesse o a suo vantaggio, oltre che nell’interesse o a vantaggio della controllata, o da un soggetto avente un ruolo “qualificato” (di diritto o di fatto) all’interno di entrambe o da un soggetto in concorso con l’autore del reato presupposto, anch’egli con un ruolo “qualificato” rispetto alla controllata;

– il modello organizzativo, perché sia idoneo ai fini dell’esonero di responsabilità dell’ente, dovrebbe prevedere un Organismo di Vigilanza indipendente dagli amministratori dell’ente stesso;

– la confisca per equivalente del profitto ex articolo 19 comma 2 D. Lgs. 231/2001 può essere disposta qualora non sia possibile rivalersi sul profitto direttamente originato dalla commissione del reato, e sempre che il danneggiato non abbia chiesto (e ottenuto) la restituzione di quanto oggetto di sequestro.

(Fonte: AODV231)


[1] A proposito di imputazioni ex 231 formulate nei confronti di società aventi un’operatività anche estera, si veda il recente caso che ha coinvolto la Bonatti S.p.A., cui è stato contestato l’illecito amministrativo relativo al reato di omicidio colposo, per la morte di due suoi dipendenti a seguito di sequestro avvenuto in terra libica.
[2] La Corte di Cassazione nel caso di specie ha nella sostanza confermato le condanne sia per le persone fisiche che per la società imputata, dichiarando la prescrizione per una parte delle condotte contestate e annullando la sentenza della Corte d’Appello soltanto nei confronti di uno degli imputati persona fisica, limitatamente all’accusa di associazione per delinquere.
[3] cfr. Trib. Napoli, Gip Dott. Saraceno, Ordinanza 26.06.2007; Cass. Pen., S.U., ud. 27.03.2008-dep. 02.07.2008, n. 26654, Fisia Italimpianti; Trib. Milano, Gip Dott.ssa Secchi, Ordinanza 09.11.2004.
[4] A proposito del tema della responsabilità infra-gruppo, si veda la Proposta di Riforma elaborata dall’Associazione dei Componenti degli Organismi di Vigilanza ex D.lgs. 231/2001, pubblicata sul sito webAODV, nonché l’art. 1 del DDL 4138 “Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, al decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, e altre disposizioni, in materia di organismi di vigilanza degli enti e di responsabilità per illecito amministrativo dipendente da reato degli enti, delle banche, delle società di intermediazione finanziaria e delle imprese di assicurazione”, presentato il 4 novembre 2016. Entrambi i testi citati prendono atto del fenomeno dei gruppi di imprese, riformulando l’art. 6 D.Lgs. 231/2001.
[5] In tema, ex multis, P. MONTALENTI, Conflitti di interesse nei gruppi di società e teoria dei vantaggi compensativi, in Giur. Merito, fasc. 5, 1995, p. 710.
[6] Più di recente, Cass. Pen., Sez. V, ud. 08.11.2012- dep.29.01.2013, n. 4324, Dell’Aglio. Si noti tuttavia come, a proposito di tale pronuncia, la sentenza qui in commento sottolinea che “nonostante le premesse teoriche dalle quali la sentenza n. 4323 del 2013 ha dichiarato di voler partire, sembrerebbe, in realtà, in tal modo avere implicitamente riassunto vigore e rilevanza quel concetto di ‘interesse di gruppo’ che la dottrina più recente e la stessa giurisprudenza di questa Corte (…) avevano dimostrato di voler ridimensionare”.
[7] Ivi, p. 170.
[8] G. AMATO, L’attribuzione della responsabilità amministrativa ex D.lgs 231/2001 all’interno dei gruppi di imprese, in Riv. 231, 1, 2015, pp. 171-174. L’Autore specifica, inoltre, come “l’addebito a carico anche della capogruppo e/o di altra società del gruppo possa articolarsi anche allorquando a commettere il reato – anche solo a titolo di concorso di persone – sia persona «sottoposta» ex art. 5, lett. b), d.lgs. 231/2001. (…) Vi è solo la particolarità che il rapporto con la capogruppo o con l’altra società del gruppo deve essere un rapporto giuridicamente codificato e qualificato, giacché l’art. 5 comma 1, lett. a), d.lgs. 231/2001 ammette la rilevanza del rapporto di «fatto» solo per l’organo di vertice (rappresentante, amministratore, direttore), dell’ente, e non per chi svolge funzioni sotto-ordinate e dipendenti”.
[9] Ivi, p.163. Secondo l’Autore, la questione dell’estensione della responsabilità da reato all’interno dei gruppi societari si può porre nei seguenti ambiti: gruppo c.d. verticale, per un reato commesso nell’interesse o a vantaggio di una società collegata o controllata; gruppo c.d. orizzontale, di cui fanno parte più società aventi ruoli paritetici; aggregazioni continenti ed estemporanee (ad es.: associazioni temporanee di imprese e Joint Ventures), “rispetto alle quali pure il collegamento sostanziale, di natura economica, può far nascere una problematica di responsabilità infragruppo”.
[10] Per quanto riguarda gli orientamenti giurisprudenziali in materia, si segnalano: per la tesi della natura amministrativa della responsabilità degli enti Cass. Pen., S.U., ud. 30.01.2014-05.03.2014, n. 10561, Gubert; per la tesi della natura penalistica, Cass. Pen., S.U., ud. 27.03.2008-dep. 02.07.2008, n. 26654, Fisia Italimpianti; per la tesi del tertium genus, Cass. Pen., S.U., ud. 24.04.2014 – dep. 18.09.2014, n. 38343, Thyssen Krupp.
[11] Cfr. Linee Guida Confindustria, P.te Generale, p. 75; G. AMATO, cit., p. 175; S.M. BERTONE, Facoltà, diritti e doveri della capogruppo rilevanti in ambito “231”, nei rapporti con le società controllate. L’”omologazione compatibile”, in Riv. 231, 4/2010, p. 66.
[12] F. ASSUMMA, La responsabilità amministrativa degli enti nei gruppi di impresa: problemi e prospettive, in Riv. 231, 2011, p. 12
[13] Ibidem.
[14] Cfr.  S.M. BORTONE, Facoltà, diritti e doveri della capogruppo, cit. p. 69.
[15] Al proposito, cfr. Cass. Pen., sez. V, ud. 18 dicembre 2013-dep. 30.01.2014, n. 4677, Impregilo, secondo cui “la natura fraudolenta della condotta del soggetto apicale (persona fisica) costituisce, per così dire, un indice rivelatore della validità del modello, nel senso che solo una condotta fraudolenta appare atta a forzarne le misure di sicurezza”.
[16] Cfr. Linee Guida delle principali Associazioni di Categoria e, per tutte, Linee Guida Confindustria P.te Generale, p. 75: “è opportuno che ogni società del gruppo nomini un proprio Organismo di vigilanza, distinto anche nella scelta dei singoli componenti. Non è infatti raccomandabile l’identificazione, nell’ambito del Gruppo, di Organismi di vigilanza composti dai medesimi soggetti”; F. ASSUMMA, La responsabilità amministrativa degli enti nei gruppi di impresa, cit.p. 13.
[17] A. BOIDI, M. VERNERO, P. ROSSI, La disciplina dei gruppi di impresa e il rapporto con il d.lgs. 231/2001, anche alla luce della recente sentenza della Corte di Cassazione, in Riv. 231, 2/2012, p. 199.
[18] Trib. Napoli, Gip dott. Saraceno, ordinanza 26.06.2007; Cass. Pen., S.U., ud. 27.03.2008-dep. 02.07.2008, n. 26654, Fisia Italimpianti; Cass. Pen., S.U., ud. 24.04.2014 – dep. 18.09.2014, n. 38343, Thyssen Krupp; Cass. Pen., Sez. VI, ud. 14.07.2015-dep. 28.07.2015, n. 33226, Greenfarm; Cass. Pen., Sez. II, ud. 16.06.2015-dep. 10.07.2015, n. 29512, Sicilfert; v. anche Cass. Pen., Sez. II, ud. 25.01.2017-dep. 09.02.2017 n. 6287, pubblicata sul sito AODV e successiva alla sentenza in commento.
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