Whistleblowing

Whistleblowing e accesso abusivo: nessuna tutela all’improvvisato investigatore

Il dipendente che accede abusivamente ad un sistema informatico per raccogliere prova di supposti illeciti sul luogo di lavoro commette il reato di cui all’art. 615-ter c.p. (accesso abusivo al sistema informatico) e non può invocare la tutela riservata ai whistleblower.

Questo il principio sancito dalla Cassazione che, con sentenza n. 35792 depositata il 26 luglio scorso, ha confermato la condanna impartita in sede di merito, annullando la pronuncia nel solo punto relativo alla mancata concessione della non menzione.

In fatto, il lavoratore imputato aveva eseguito l’illecito accesso utilizzando le credenziali di un altro dipendente al fine di dimostrare la vulnerabilità del sistema informatico adottato dal datore di lavoro. Richiedeva quindi il venir meno delle accuse, sostenendo di aver agito con la scriminante dell’adempimento di un dovere: la novella sul whistleblowing infatti imporrebbe ai dipendenti di denunciare eventuali reati riscontrati sul lavoro.

La Corte ha tuttavia respinto la prospettazione difensiva argomentando come “la normativa citata si limiti a scongiurare conseguenze sfavorevoli, limitatamente al rapporto di impiego, per il segnalante che acquisisca, nel contesto lavorativo, notizia di un’attività illecita”. Non istituisce invece “alcun obbligo di attiva acquisizione delle informazioni, autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti posti dalla legge”

Per tale ragione la condotta del dipendente non può essere in alcun modo scriminata ed il reato mantiene ogni profilo di antigiuridicità presupposto della condanna.

Fonte: AODV231

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